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IL
VIAGGIO
Avete una moto: che
significa?
Parata davanti
al solito bar
Sparata sul Muraglione hai-visto-che paga-ho-dato-al-
tipo-del-kawa
Lavoro in centro, mi sveglio un quarto d'ora dopo
e parcheggio sul marciapiede.
Scali due marce, controsterzi nel tornantino pieno
di fango e poi gas verso il doppio salto.
Sfuggo meglio alle guardie a causa dell'incomprensione
con la borsetta di quella signora.
Tutte lodevoli
attività, che presuppongono l'aver compreso a cosa deve servire un oggetto
in equilibrio su due sole ruote. Purtroppo a tutto ciò si aggiunge periodicamente
un'idea che solo apparentemente sembra la più consona al fine della nostra
passione: "perchè non facciamo un viaggio in moto?"
Nessuno dice mai "quest'estate ci organizziamo
un viaggio in auto" o in treno o in aereo: si faranno programmi per
visitare Rimini, la Grecia, la California.
In verità taluni potrebbero parlare di "un
viaggio in bicicletta", ma si tratta chiaramente di casi da consesso
psichiatrico.
Un VERO motociclista invece ti dirà che ha in programma
un viaggio in moto, tralasciando la località di destinazione, o
aggiungendola solo per rendere più socialmente accettabile il fatto di
girare per andare in giro, quasi a scusa del "gore" che ha nella
materia celebrale.
La moto è il viaggio ed il viaggio è la moto: mezzo
e fine s'intrecciano a prova che la moto non è null'altro che fantasia
con le ruote. Pensare ad una strada che stà non so dove: alla traccia
nel deserto oppure a quella viuzza che porta ad un rudere oppure
a posti che tanto non vedrai mai. E poi trovi un cartello con un'indicazione
che ti piace, giri e poi rigiri e se anche ti finisce l'asfalto è uguale,
fino a quando il profilo delle colline è tutto il tuo orizzonte.
Il viaggio è al centro dell'esperienza, non la
méta scelta. Si scelgono itinerari in funzione delle caratteristiche del
proprio mezzo, capita di rifare una strada perchè "troppo bella".
Attraverso il casco, gli occhi d'un motociclista
sembran fatti più per immaginare che misurare. 500/600 km. al giorno paiono
normali: ci indignamo se la povera compagna seduta sul sellino posteriore
ha delle crisi di pianto che neppure la visiera fumè riesce a celare.
Di comfort neppure a parlarne.
Il carico è forzatamente limitato, dobbiamo valutare
attentamente ogni singolo capo d'abbigliamento, secondo la teoria della
"cipolla", non nel senso della puzza per scarsa pulizia del
biker on the road, ma degli strati da aggiungere o togliere a seconda
delle condizioni climatiche.
E già, il clima: siamo gli ultimi viaggiatori che
quando s'alzano al mattino guardano subito il cielo per vedere che tempo
fa.
Gli "altri" ormai intruppati dentro le
loro auto full optionals od ai pullmann gran.turismo con wc.interno od
agli alpitur.tutto.già.masticato, non si rendono nemmeno conto se sono
a Praga o a Rodi; tutto sommato con ragione, dato che spesso il solo contatto
con l'esterno è la caccia ai souvenirs, oggetti assolutamente uguali ovunque,
probabilmente fabbricati da qualche mostruosa multinazionale cinese che
controlla i mercati turistici mondiali. Aria condizionata, ristorante
rigorosamente con cuoco italiano, piscina con acqua depurata, assistenza
in loco e via .
Se fa caldo, soffriamo il caldo; se fa freddo, soffriamo
il freddo. E poi la pioggia, con cui abbiamo un rapporto complesso: da
un canto quella perversione che ci spinge poi a dichiarare "ho fatto
1200 Km. sotto l'acqua" con lo sguardo lungo degno di un Chatwin
e con il petto gonfio d'orgoglio, dall'altra la certezza che finiremo
bagnati fino alle mutande, che le macchie di gasolio sull'asfalto
non saranno più visibili (a proposito, ma chi è che simpaticamente versa
materiali oleosi proprio nel mezzo delle curve da 5° piena: che siano
le pro-loco, per poterci dare ospitalità, oppure dei sicari prezzolati
dai concessionari o ricambisti??) In compenso la pioggia aiuta a riempire
pagine dei mensili specializzati con lettere di utenti che minacciano
pene dantesche a fabbricanti d'abbigliamento perchè la loro giacca in
"gore-prene" si è miseramente arresa passata Caserta, dopo che,
viaggiando sempre sotto il secondo diluvio universale, erano partiti da
Como .
Cominciamo
a prepararci con mesi d'anticipo, per poi, dopo aver caricato tutto all'ultimo
minuto, dover rifare i bagagli perchè la morsa da banco e le bombole del
saldatore non stanno da nessuna parte: scartata a malincuore l'idea di
lasciare a casa la fidanzata, optiamo per l'abbandono della scorta di
calzini e la trousse da toilette, certi che non serviranno.
Appuntamento al casello: in ritardo ovviamente.
Tutti pronti, casco in testa, caldo bestiale, motori ruggenti: 100 metri
e tutti fermi al distributore vicino a causa dell'imbelle che, nonostante
questo attimo sia stato programmato da 6 mesi, ha dimenticato di fare
benzina.
Ma poi si va, lasci che il motore salga di giri
puntando verso la tua avventura: ed è come esplodere nello spazio. La
strada, come una vecchia amica, ti accetta per come sei: a lei non importa
quale moto hai, quale è il tuo conto in banca, quali problemi hai sulle
spalle, si accontenta di scorrerti a qualche centimetro dai piedi, sorniona
e letale, e tu sei solo tu, con lei.
La senti fisicamente, vedi l'asfalto corrugato o
liscio, giochi con le righe bianche che lo dividono in due facendo passare
la ruota da una parte o dall'altra. E tutto cambia attorno a te, la luce
diventa più chiara, l'aria più profumata, la città ormai lontana.
Eppoi la meravigliosa sosta in un ristorante di
un villaggio di montagna : i motori che si spengono, voi che scendete,
con studiata lentezza vi sfilate i guanti, il casco viene via con un sospiro,
una mano volitiva a tirar indietro i capelli. Ci
si raduna a commentare le ultime ore di guida, un occhio alla catena o
alla gomma con problemi soltanto immaginati, poi uno del gruppo, con passo
incerto da marinaio non avvezzo alla terraferma, entra nel locale per
chiedere un tavolo, fra gli sguardi di timore o d'invidia degli uomini
e d'ammirazione delle donne (o almeno così ci pare). Il locandiere avveduto
preparerà il doppio dei coperti richiesti, dal momento che è necessario
piazzare caschi, giacconi, foulards, maglioni, protezioni e quant'altro.
La voracità del motociclista non è così differente da quella di altri
gruppi di persone di media età che fanno attività all'aria aperta, questo
nonostante atteggiamenti "machisti" che ci vorrebbero tutti
grandi mangiatori e bevitori: regola che non vale ovviamente per il Marsiglio.
E si parte. C'è un museo? Ovvio che va visitato.
Ti aggiri fra le sale con il giaccone in mano che pesa un quintale, strascichi
gli stivali da cross, fai finta di non vedere i turisti in sandali e canottiera
che si domandano se la tua è solo una forma di masochismo. Non ti perdi
nessuna sala , anche se lo stabile è grande quanto un ranch del Texas.
E hai costantemente quella sottile sensazione d'insicurezza per i tuoi
bagagli lasciati a bella vista nel parcheggio, legati alla moto con serrature
che non fermerebbero neppure un bambino.
Così gli alberghi vengono selezionati in base al
garage offerto e non dalla posizione o dal numero delle stelle : in occasione
dei Gp di moto gli annunci degli alberghi recitano pressappoco così: "Hotel
Biancoblu, vicinanza autodromo, ottimo garage vigilato e riscaldato. Telefono/fax...etc."
Le ripartenze mattutine trovano i motociclisti con il carico allargato
ovunque, facendo rapidamente assumere al parcheggio l'aspetto di un souk
di merce usata; corde elastiche che saltano, borsoni che non vogliono
più richiudersi, mentre l'elegante coppia in Bmw o Goldwing guarda altrove,
cercando di dimostrare ad occasionali spettatori di non far parte della
genia colà accampata.
E si riparte. Il vero piacere viene comunque dall'andare.
Lo star fermi viene visto non come uno stato di quiete ma una sospensione,
un non-stato fra quell'essere costantemente in movimento che pare la sola
giustificazione sul perchè accettiamo di spostarci con così tante scomodità,
limitazioni e pericoli.
Il ritorno poi è
il nulla. La tensione finisce, tutto rallenta; ai tuoi cari cerchi di
raccontare, ma ti accorgi che nessuno riesce a capire, quindi è meglio
tacere. Resteranno i "e ti ricordi quella volta che..." delle
cene invernali con i soliti amici, avvenimenti piccoli e grandi che a
furia d'esser ripetuti perdono il loro vero significato per diventare
semplici icone rituali del gruppo.
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