L'anima del motociclista

Alcune riflessioni intime sulla moto 


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GRUPPO & PAURA 

Fino al secondo dopoguerra la motocicletta era null'altro che il mezzo di trasporto della classe media, 
spesso accoppiata ad un sidecar quando la numerosità della famiglia s'incrementava:
nessuna simbologia particolare, il "motociclista" tipo era un padre di famiglia benestante
che utilizzava il "mezzo" per andare al lavoro
.

Credevate che per fare un "motociclista" ci volesse un giubbotto nero ed il casco? BANALI!!
Pensavate che ci distinguessimo per avere un manubrio ed il tubo di scappamento? Oppure che fossimo "diversi" per  la mancanza delle altre due ruote? ZUCCONI (citazione da Cirri&Ferrentino) ! 
Bene, allora, bambini tutti seduti, proviamo a far girare le nostre meningi (lubrificate a Castrol, ovviamente) per pensare che cosa siamo: la prima cosa è che ci sentiamo "motociclisti", incrociandoci ci salutiamo come tali, abbiamo quasi vergogna a parlarne con gli "altri" che-tanto-non-capirebbero . Tutto ciò al di là di differenze assolutamente di poco conto come il fatto di essere donne uomini impiegati professionisti studenti ricchi poveri furbi scemi cittadini paesani grassi magri: differenze che riprendono assolutamente il loro valore nella nostra vita civile, ma che tendiamo a sciogliere nella strana certezza di essere un "gruppo" . 
Per poter capire il perchè di un così forte concetto di branco bisogna risalire alle origini di certi fenomeni sociali nati intorno alla prima metà degli anni '50. 
E' allora che arrivano i "Teddy-boys", nati nella classi sociali inferiori dell'Inghilterra della dopo vittoria bellica, e gli "Outlaws"o "1%ers", provenienti dalla costa ovest degli Usa: si rifanno al concetto delle gang giovanili, già presenti nelle città industriali fin dal secolo precedente, già ampiamente descritte dai sociologi (per cui ve ne evito ulteriori elucubrazioni). 
Portatori di uno scontro generazionale con padri usciti da una terribile guerra ed ormai intenti unicamente a trarre profitto dal boom economico post-bellico,  i giovani, che tra l'altro si trovavano per la prima volta a disporre di un po' di danaro, iniziarono a cercare i propri modelli o nel presente o in un passato più o meno mitizzato; in Inghilterra il richiamo al passato fu incarnato del fenomeno dei Neo-edoardiani, mentre fu certamente piu' difficile cercare modelli nel presente, denso di stress e nevrosi causati dalla tensione della guerra fredda e dalla paura del fungo atomico. Era necessaria l'identificazione con un simbolo che rappresentasse il gruppo, a cui poi il singolo potesse riconoscere una funzione di affermazione e protezione, talvolta anche attraverso comportamenti delinquenziali. 
Si sostituiscono gli abiti con i blouson neri ed il mezzo per spostarsi dalla periferia al "centro" diventa la motocicletta, fino allora semplice mezzo di trasporto che le famiglie stavano rapidamente abbandonando a favore dell'automobile: un fenomeno che si allarga a macchia d'olio tramite la mediazione della musica di massa e del cinema. L'idolo dei giovani degli anni '50 non corrisponde più  all'iconografia ufficiale rappresentata dalla figura del "generale d'acciaio", sguardo volitivo e portatore della libertà in contrapposizione alla viltà ed alle barbarie del nemico da poco sconfitto, bensì è un sottoproletario che vive ai margini della legge, un duro dal cuore tenero, un aggressore con l'animo nobile; una contraddizione apparente, ma che forse rende l'espressione piu' vera di quella generazione del dopo-guerra aggressiva e remissiva insieme. 
Marlon Brando diffonde questa immagine di duro, del capobanda che prima è ribelle quel che basta per infiammare i giovani (l'aggressività), poi pentito e pronto a reinserirsi nella società pagando il proprio debito (la remissione). Toccherà poi alla gioventù bruciata di James Dean spostare ancora il limite creando un vero punto di riferimento, l'outsider. 
Il "diverso" è colui che rifiuta il ruolo di testimone del suo tempo e di semplice osservatore della realtà per scegliere il mondo dell'"azione". L'azione, non finalizzata ad uno scopo che la parte dominante della società possa utilizzare o condividere, ha bisogno di energia, e l'energia genera violenza.
L'eroe, il simbolo, che più quotidianamente richiama l'energia dell'azione è il motociclista: ecco perché il "cittadino" ha l'immagine del motociclista come "violento" .
La sensazione di essere costantemente circondati dai "nemici" crea  nell'outsider la necessità di circondarsi di suoi simili, ed a sua volta il gruppo dei motociclisti che appare in fondo ad una strada, come una cavalcata medievale, ricrea con il proprio abbigliamento ed atteggiamento l'immagine "romanticizzata" dell'outsider. 
Il mito dell'azione è l'elemento basilare di questa tribù ferina che vive ai margini della società: è una violenza individuale, espressa dal suono delle marmitte e dal cuoio dell'abbigliamento, creante uno scompiglio dello stato di "quiete" della societa, la cui reazione intimorita diventa violenza di massa. 
Ciò rende necessario che i rapporti tribali creino uno scudo, in cui s'inserisce talvolta una dilagante sensazione di potere e di libertà: categorie che, se eccessivamente concentrate, possono facilmente portare ad atteggiamenti di sopraffazione, tipici di alcune gangs, ma che emergono anche in normali gruppi di motociclisti. 
Non mi resta quindi che immaginare che questo anelito di libertà sia il vero motore di una motocicletta (voi, bestie, che pensavate fosse un quattro cilindri giapponese). 
Ed è una visione romantica della libertà che crea il collante di base per persone così diverse fra di loro: così forte da farli sentire tribù. 
Sentiamo la motocicletta come momento di mediazione fra l'uomo e il regno animale: il mezzo che teniamo stretto fra le cosce ed i polpacci, diventa un'appendice del corpo umano. I Centauri, nella mitologia, erano una tribù selvaggia e violenta che viveva ai margini della società.
Ma, come già detto, la violenza è solo la risultante dell'energia, per noi sopratutto indirizzata sul mito dell'azione come essenza stessa dell'esistenza. Non importa dove stiamo andando, non lo sappiamo, quel che conta è che siamo in movimento.
La sensazione della paura nasce dall'intima sicurezza che il movimento ci fa attraversare un mondo assoggettato alle immutabili leggi della natura ma dall'essere, nello stesso istante, portatori dell'incurabile malattia del rifiuto dello stato di quiete. 
Subiamo una specie di duplice accerchiamento, esterno ed interno, a cui solo l'istinto di sopravvivenza è in grado di sottrarsi, ma che volontariamente annulliamo per il breve periodo di una corsa in motocicletta.
L'immagine della morte, così come il motociclista la vede utilizzando frammenti del mondo che la "macchina" , quale strumento conoscitivo della realtà, gli fornisce, è legata allo schema romantico di un ritorno alla natura. Ritorno che però comporta, nello sforzo di penetrare la struttura stessa della natura, un annullamento del proprio corpo. Il motociclista riesce a cogliere in assoluta lucidità il movimento di eterno equilibrio che si frappone fra sé e la morte; non è un soldato costretto a combattere, eppure persegue l'attimo in cui la sua motocicletta, impazzita, abbandonerà l'abituale asfalto per scivolare su un terreno inospitale, sublimando così la volontà di affondare nelle radici stesse della natura.
E' la visione (scontatamente?!?) romantica del ritorno alla natura e della libertà che diventa il mezzo attraverso cui sublimiamo la paura e ci impone la sensazione d'appartenere ad un tribù di centauri.

Il Marsiglio dice che la sera, prima di mettermi al computer, non devo mangiare troppo. 
 


 

 

Blues

Per oltre un anno ho avuto 2 moto mie nel garage. Un Varadero nuovo nuovo,  che uso per le gite della domenica e i motoweekendini e un'Africa Twin del  92 presa usata 4 anni fa, che usavo spesso per andare a lavorare, ma che  fino all'anno scorso era la mia unico moto e mezzo di spostamento, già,  perchè la sardo non l'ho mai usata tanto e il mio completino in gorongoro mi  tiene caldo e asciutto anche nelle tormente invernali sulla Via Emilia.
Da oltre un anno lavoro a 80 km da casa, ma da gennaio 2001 la distanza si  accorcerà a 150 metri. Sii ragionevole...sono ragionevole, ok ok, Chiara,  certo, non c'è più ragione di tenere anche l'Africa. E allora vado da  Marchino, mekka&amico, e gli lascio il ferro in officina, da vendere. Oggi  mi chiama: c'è uno che la vuole comprare. Allora mi è venuto in mente il  tempo, tutto il tempo che ci ho passato sopra, e tutta la strada fatta, non  solo per il lavoro e tutta la gioia che mi ha dato. Sono ragionevole, ma  sono anche triste. Sono ragionevole, ma mi sta venendo un magone che potete  capire solo voi.


Lorenzo, 19 novembre 2000

 

Touareg vuol anche dire “uomo blu”
(Febbraio 2001)

Non mi definirei un vero appassionato; ho sempre seguito fasi alterne, tutte comunque avvallate, chissà perchè, da una grande passione per tutto ciò che si muove con un motore: auto, moto, trattori, camion, barche, ecc., hanno sempre suscitato in me forti emozioni sin da quando ero un bambino. Questo l'evento scatenante: mio padre, per il mio compleanno, mi chiese cosa volessi come regalo, ed io risposi che il mio grande sogno sarebbe stato quello di guidare tutto ciò che ha un motore nel cantiere in cui lavorava; era il
1981, avevo 12 anni, ero a Jeddah, Arabia Saudita, e quindi: due o tre camion, molte auto, e caso strano un mezzo che in Italia era ed è tuttora diffuso pochissimo, un tre  ruote Honda da spiaggia, rosso, quelli con quei gommoni, che dovrebbero anche galleggiare ( questo almeno narrava la leggenda). Era difficile fare le curve, anche perchè non avevo una grande statura, l'acceleratore era di quelli a leva come nelle motozappe, l'assenza delle sospensioni provocavano degli sballottamenti che ti facevano credere d’andare almeno tre volte più veloce. Certo, della moto tale mezzo ha ben poco, è vero, comunque......la fantasia, il deserto, il borbottio di un piccolo quattro tempi, fecero di  questo episodio un grande evento; già maniaco delle automobili, lo diventai anche per le moto; prima comprai le riviste, poi il cinquantino, il 125, e a 18 la macchina, la mia vera, sincera, passione.
Con le auto però, più si cresce, più si instaura un mero rapporto di utilità: casa ufficio, multe, limiti, traffico ecc.........poco, pochissimo spazio per le emozioni: ed ecco allora improvvisamente verso i venticinque/ventisei anni, nuovamente le riviste di moto sparse per casa, una vecchia Tuareg 350 del 1986, da me perfettamente ripristinata, acquistata con i risparmi da studente, e via con la passione nuovamente accesa; l’appartenenza ad un gruppo, le gite con gli amici, la ragazza da portare in vacanza ecc.  Pomeriggi interi passati a fargli personalmente la manutenzione, cercando di farmi venire in mente le poche nozioni di meccanica imparate a quattordici attorno al cinquantino, più volte smontato con l'illusione di farlo andare sempre più forte;  prima preparata da strada, poi trasformata in enduro da utilizzo "estremo", riverniciata, e così via: fotografata, pulita, e adorata per due o tre anni; ha rappresentato per me l'evasione, lo svago.
Un bel giorno però mi stancai: ci si può stancare anche della ragazza che si ama, della moglie, dell'amico che cambia carattere con gli anni, della casa al mare (per chi l'ha), così io della mia moto; la vendetti.
Ora ho trent'anni e rotti, vivo solo, ed ho attaccato una foto della mia vecchia Tuareg in camera accanto a quella della mia ragazza e delle foto della laurea, quasi a significare degli eventi che per me rappresentano dei passi importanti nella mia vita. Un pensiero è pero spesso ricorrente nella mia mente: ma se non ti avessi mai venduto, per quelle due lire che ho preso, magari ogni tanto ti verrei a trovare nella cantina buia e vecchia che raccoglie cianfrusaglie di ogni genere appartenute via via alla mia famiglia: un vecchio Leoncino, una Cz 175, una Bultaco 350, una Nsu max, televisori ecc. Questa non è solo la passione per la moto, ma per le cose in generale; anche se certamente o per carenza di spazio o, soprattutto, di soldi, in pochi riescono a farlo; questo è quello che differenzia l'amore per gli oggetti da quello per le persone, se vuoi non li perdi mai di vista, sono sempre lì ad aspettarti pronti a regalarti quelle poche emozioni senza chiederti in fondo niente in cambio, se non lo sforzo di pensare a quel periodo della tua vita. Ma restando con i piedi per terra, non ci dobbiamo creare l'illusione di colmare i vuoti esistenziali attraverso l'affezione verso un oggetto, tramite il quale crediamo così di appartenere ad un gruppo, di essere accettati dai membri dello stesso; questo è il rischio in cui si può incorrere nel definirsi motociclisti. Godiamoci invece l’oggetto, come piacere personale e nulla più

Tommy

 

IL VIAGGIO

Avete una moto: che significa?

Parata davanti al solito bar
Sparata sul Muraglione hai-visto-che paga-ho-dato-al- tipo-del-kawa
Lavoro in centro, mi sveglio un quarto d'ora dopo e parcheggio sul marciapiede.
Scali due marce, controsterzi nel tornantino pieno di fango e poi gas verso il doppio salto.
Sfuggo meglio alle guardie a causa dell'incomprensione con la borsetta di quella signora.

Tutte lodevoli attività, che presuppongono l'aver compreso a cosa deve servire un oggetto in equilibrio su due sole ruote. Purtroppo a tutto ciò si aggiunge periodicamente un'idea che solo apparentemente sembra la più consona al fine della nostra passione: "perchè non facciamo un viaggio in moto?"
Nessuno dice mai "quest'estate ci organizziamo un viaggio in auto" o in treno o in aereo: si faranno programmi per visitare Rimini, la Grecia, la California.
In verità taluni potrebbero parlare di "un viaggio in bicicletta", ma si tratta chiaramente di casi da consesso psichiatrico.
Un VERO motociclista invece ti dirà che ha in programma un viaggio in moto, tralasciando la località di destinazione, o  aggiungendola solo per rendere più socialmente accettabile il fatto di girare per andare in giro, quasi a scusa del "gore" che ha nella materia celebrale.
La moto è il viaggio ed il viaggio è la moto: mezzo e fine s'intrecciano a prova che la moto non è null'altro che fantasia con le ruote. Pensare ad una strada che stà non so dove: alla traccia nel deserto oppure a quella viuzza che porta ad un rudere  oppure a posti che tanto non vedrai mai. E poi trovi un cartello con un'indicazione che ti piace, giri e poi rigiri e se anche ti finisce l'asfalto è uguale, fino a quando il profilo delle colline è tutto il tuo orizzonte.
Il viaggio è al centro dell'esperienza, non la  méta scelta. Si scelgono itinerari in funzione delle caratteristiche del proprio mezzo, capita di rifare una strada perchè "troppo bella".
Attraverso il casco, gli occhi d'un motociclista sembran fatti più per immaginare che misurare. 500/600 km. al giorno paiono normali: ci indignamo se la povera compagna seduta sul sellino posteriore ha delle crisi di pianto che neppure la visiera fumè riesce a celare.
Di comfort neppure a parlarne.
Il carico è forzatamente limitato, dobbiamo valutare attentamente ogni singolo capo d'abbigliamento, secondo la teoria della "cipolla", non nel senso della puzza per scarsa pulizia del biker on the road, ma degli strati da aggiungere o togliere a seconda delle condizioni climatiche.
E già, il clima: siamo gli ultimi viaggiatori che quando s'alzano al mattino guardano subito il cielo per vedere che tempo fa.
Gli "altri" ormai intruppati dentro le loro auto full optionals od ai pullmann gran.turismo con wc.interno od agli alpitur.tutto.già.masticato, non si rendono nemmeno conto se sono a Praga o a Rodi; tutto sommato con ragione, dato che spesso il solo contatto con l'esterno è la caccia ai souvenirs, oggetti assolutamente uguali ovunque, probabilmente fabbricati da qualche mostruosa multinazionale cinese che controlla i mercati turistici mondiali. Aria condizionata, ristorante rigorosamente con cuoco italiano, piscina con acqua depurata, assistenza in loco e via .
Se fa caldo, soffriamo il caldo; se fa freddo, soffriamo il freddo. E poi la pioggia, con cui abbiamo un rapporto complesso: da un canto quella perversione che ci spinge poi a dichiarare "ho fatto 1200 Km. sotto l'acqua" con lo sguardo lungo degno di un Chatwin e con il petto gonfio d'orgoglio, dall'altra la certezza che finiremo bagnati fino alle mutande, che le macchie di gasolio  sull'asfalto non saranno più visibili (a proposito, ma chi è che simpaticamente versa materiali oleosi proprio nel mezzo delle curve da 5° piena: che siano le pro-loco, per poterci dare ospitalità, oppure dei sicari prezzolati dai concessionari o ricambisti??) In compenso la pioggia aiuta a riempire pagine dei mensili specializzati con lettere di utenti che minacciano pene dantesche a fabbricanti d'abbigliamento perchè la loro giacca in "gore-prene" si è miseramente arresa passata Caserta, dopo che, viaggiando sempre sotto il secondo diluvio universale, erano partiti da Como .

Cominciamo a prepararci con mesi d'anticipo, per poi, dopo aver caricato tutto all'ultimo minuto, dover rifare i bagagli perchè la morsa da banco e le bombole del saldatore non stanno da nessuna parte: scartata a malincuore l'idea di lasciare a casa la fidanzata, optiamo per l'abbandono della scorta di calzini e la trousse da toilette, certi che non serviranno.
Appuntamento al casello: in ritardo ovviamente. Tutti pronti, casco in testa, caldo bestiale, motori ruggenti: 100 metri e tutti fermi al distributore vicino a causa dell'imbelle che, nonostante questo attimo sia stato programmato da 6 mesi, ha dimenticato di fare benzina.
Ma poi si va, lasci che il motore salga di giri puntando verso la tua avventura: ed è come esplodere nello spazio. La strada, come una vecchia amica, ti accetta per come sei: a lei non importa quale moto hai, quale è il tuo conto in banca, quali problemi hai sulle spalle, si accontenta di scorrerti a qualche centimetro dai piedi, sorniona e letale, e tu sei solo tu, con lei.
La senti fisicamente, vedi l'asfalto corrugato o liscio, giochi con le righe bianche che lo dividono in due facendo passare la ruota da una parte o dall'altra. E tutto cambia attorno a te, la luce diventa più chiara, l'aria più profumata, la città ormai lontana.
Eppoi la meravigliosa sosta in un ristorante di un villaggio di montagna : i motori che si spengono, voi che scendete, con studiata lentezza vi sfilate i guanti, il casco viene via con un sospiro, una mano volitiva a tirar indietro i capelli. Ci si raduna a commentare le ultime ore di guida, un occhio alla catena o alla gomma con problemi soltanto immaginati, poi uno del gruppo, con passo incerto da marinaio non avvezzo alla terraferma, entra nel locale per chiedere un tavolo, fra gli sguardi di timore o d'invidia degli uomini e d'ammirazione delle donne (o almeno così ci pare). Il locandiere avveduto preparerà il doppio dei coperti richiesti, dal momento che è necessario piazzare caschi, giacconi, foulards, maglioni, protezioni e quant'altro. La voracità del motociclista non è così differente da quella di altri gruppi di persone di media età che fanno attività all'aria aperta, questo nonostante atteggiamenti "machisti" che ci vorrebbero tutti grandi mangiatori e bevitori: regola che non vale ovviamente per il Marsiglio.
E si parte. C'è un museo? Ovvio che va visitato. Ti aggiri fra le sale con il giaccone in mano che pesa un quintale, strascichi gli stivali da cross, fai finta di non vedere i turisti in sandali e canottiera che si domandano se la tua è solo una forma di masochismo. Non ti perdi nessuna sala , anche se lo stabile è grande quanto un ranch del Texas. E hai costantemente quella sottile sensazione d'insicurezza per i tuoi bagagli lasciati a bella vista nel parcheggio, legati alla moto con serrature che non fermerebbero neppure un bambino.
Così gli alberghi vengono selezionati in base al garage offerto e non dalla posizione o dal numero delle stelle : in occasione dei Gp di moto gli annunci degli alberghi recitano pressappoco così: "Hotel Biancoblu, vicinanza autodromo, ottimo garage vigilato e riscaldato. Telefono/fax...etc." Le ripartenze mattutine trovano i motociclisti con il carico allargato ovunque, facendo rapidamente assumere al parcheggio l'aspetto di un souk di merce usata; corde elastiche che saltano, borsoni che non vogliono più richiudersi, mentre l'elegante coppia in Bmw o Goldwing guarda altrove, cercando di dimostrare ad occasionali spettatori di non far parte della genia colà accampata.
E si riparte. Il vero piacere viene comunque dall'andare. Lo star fermi  viene visto non come uno stato di quiete ma una sospensione, un non-stato fra quell'essere costantemente in movimento che pare la sola giustificazione sul perchè accettiamo di spostarci con così tante scomodità, limitazioni e pericoli.

Il ritorno poi è il nulla. La tensione finisce, tutto rallenta; ai tuoi cari cerchi di raccontare, ma ti accorgi che nessuno riesce a capire, quindi è meglio tacere. Resteranno i "e ti ricordi quella volta che..." delle cene invernali con i soliti amici, avvenimenti piccoli e grandi che a furia d'esser ripetuti perdono il loro vero significato per diventare semplici icone rituali del gruppo.

 

In moto
(di Lara, Marzo 2003)

 

La piazza di Bazzano è un punto di ritrovo adatto per un gruppo di motociclisti che la domenica mattina decidono di alzarsi presto invece di smaltire con calma le sbornie della sera prima. É assolata, piccola, accogliente, già frequentatissima a quell'ora da quella tipologia di persone che si trova nei paesotti di provincia, è calda. Poi c'è l'edicola di fianco al parcheggio delle moto, centro nevralgico di quel viavai festivo da commento pre-partita e pettegolezzo mondano. Le coppie passeggiano prima di andare a fare colazione e hanno quell'aria stropicciata di chi si sveglia per andare a farsi vedere col vestito nuovo. Insomma è il posto ideale per capire che c'è della strada da fare, dei percorsi da scoprire, dei pensieri da catturare.
Io mi definisco "ciclista in moto da riflessione" e mi prendo le responsabilità di chi ha imparato ad apprezzare il veicolo a due ruote da poco, ma che ormai non può più rinunciare a quel saltello del cuore quando il motorino d'avviamento apre le danze. E con molta autoironia cerco di assumere quell'aria da motociclista che mi calza proprio male, ma è necessaria. Allora mi aggiusto il cinghino del casco, giro la chiave, faccio finta di regolare il minimo ma in realtà tocco la farfallina della riserva. Si perchè ho un love affair con una marca di motociclette inglesi che non prevedono l'indicatore della benzina. La Triumph si rifiuta di mettersi al passo con le nevrosi moderne della tecnologia a tutti i costi e ti lascia calcolare i kilometri fatti, ti lascia in sospeso col pensiero di non incontrare il benzinaio in tempo. Bellissimo. Era già un buon motivo per fare coppia fissa con la Legend 900. E così ci siamo innamorate.
Si parte, tutti in colonna, tutti con la punta delle dita un po' formicolanti da quell'emozione che ormai non ci fai più caso ma c'è ad ogni partenza. I primi curvoni, i primi semafori e poi via per le strade secondarie, per le traiettorie invisibili delle gomme su strade poco battute.
Comincia il mio viaggio, in solitario anche se in compagnia, divagazione eroica dalla routine, in un susseguirsi lento di impressioni, di odori nuovi. Rimango indietro, preferisco. Tocco con gli occhi ogni oggetto, ogni figura. Avidamente imprigiono tutte le sensazioni cercando di possederle, di incastrarle sotto la sella per regalarle al ritorno a chi mi aspetta.
Perchè in realtà si parte, si scompare, ci si sottrae agli affetti per riapparire, mutati nello spirito e impolverati dall'esperienza, diversi.
Ogni giro in moto ti lascia addosso il sapore dell'aver visto, dell'aver mangiato un piatto tipico, dell'aver bevuto acqua nuova. Così ci si mette a sgomitare col tempo che passa e gli si rubano i secondi più preziosi, quelli che alla fine saranno il personale trofeo sugli scaffali della memoria.
Rientro, lento, sorridente, dietro la moto di Lorenzo che ispira fiducia, saluto con gli abbaglianti i compagni di ventura, anche loro hanno rubato, hanno sentito. Siamo a casa, di nuovo, il motore si ferma, il silenzio ritorna con i miei gesti sincronizzati al ticchettìo delle marmitte calde.

 

Moto Moto
(di Tooz, Ottobre 2005)

Moto…. Moto … già soltanto il termine ti fa pensare a un elemento che ha come essenza la mobilità lo spostamento.
Forse parte da qui il fascino travolgente che questo mezzo ha su tante persone ed anche il fatto di viaggiare trovandosi esposti ad un contatto diretto con la gente e la natura privi di quello schermo protettivo ma riduttivo che è la carrozzeria, ma liberi di sentire il vento sul petto e sulle gambe e di godere dei colori e degli odori più veri e intensi perché non filtrati dal lunotto.

Viaggiare in moto ci fa riscoprire più sinceri e ci fa ritrovare la fiducia nel prossimo, del resto non potrebbe essere diversamente girando con il bagaglio che fa bella mostra di se sul serbatoio o appeso ai fianchetti e si può notare che la maggior parte della gente che incontra un motociclista è ospitale e ben lieta di comunicare.

La moto a mio avviso è anche un potente ansiolitico/antidepressivo, fateci caso quando vi trovate in giro, nessuno e dico proprio nessuno sulla sua cavalcatura è arrabbiato, impossibile trovarlo (Biaggi è l’eccezione che conferma la regola). Nessun altro mezzo ha questo potere sull’ umore delle persone, guardate i musi che spuntano dai finestrini delle auto.

Ogni volta che inforchi la moto ,anche per andare a prendere il giornale, è l’inizio di un avventura, puoi fare1000 volte la stessa strada ma ti sembra sempre un po’ diversa. Non ricordo chi una volta disse che andare in moto è un po’ come fare l’amore alla fine sei stanco ma sei felice di averlo fatto.
Io direi piuttosto che andare in moto è esattamente come far l’amore, non potresti farlo se non ci metti corpo, anima, cervello, passione e fantasia.